Dalla redazione
giovedì 1 marzo

Mosole: una tenuta dai riflessi veneziani

Visita della delegazione di Venezia alla Tenuta Mosole

Elisabetta Breda

Giovedì 15 febbraio la Delegazione di Venezia ha raggiunto San Stino di Livenza per visitare la Tenuta Mosole, dove la storia attuale e quella delle trascorse trentadue vendemmie segnano il percorso di un patròn sempre pronto a mettersi in gioco e a esplorare nuove vie. Ad attenderci è proprio lui, Lucio Mosole, che in questa bella giornata invernale spiega quanto sia importante avere un progetto in grado di interpretare al meglio l’uva di ogni vendemmia per realizzare “il miglior vino per quell’anno” perché “per fare un buon vino il territorio da solo non basta”. Ci parla della strada e delle conquiste finora fatte, talvolta anche controcorrente, esprimendo senza indugi l’intenzione di proseguire il cammino per raggiungere sempre nuovi traguardi.

Ci avviciniamo al vigneto, a pochi passi dalla cantina, un blocco unico coltivato quasi tutto a guyot e in fase di potatura. In questo terreno di natura dolomitica, a base di argilla e di caranto, siamo piacevolmente sorpresi di notare un’usanza del tutto insolita per la zona, tipica invece dei vigneti di Bordeaux, ossia la scelta di tenere la vite bassa, a soli 60 centimetri da terra. Lucio sa bene che in questo modo i suoi vigneti sono a rischio di gelate ma conosce altrettanto bene i vantaggi di questa scelta: i grappoli sono nutriti più velocemente e in maniera ottimale dall’apparato radicale. Noi ancora non sappiamo se il rischio vale la candela, ma di certo cominciamo a farci un’idea del carattere di Mosole.

Anche in cantina, dove ci avviamo, nulla è lasciato al caso. Qui apprendiamo la ragione dell’utilizzo di serbatoi di materiale diverso a seconda della tipologia di vino desiderato. Ecco allora la preferenza del cemento, in quanto materiale neutro, per le uve a bacca rossa e dell’acciaio per quelle a bacca bianca. Essendo una lega, l’acciaio rende infatti possibile al mosto dei movimenti impercettibili che provocano consumo di ossigeno con la diretta conseguenza di intensificare la componente aromatica del prodotto finale. Scendiamo in barricaia, nel cuore dell’azienda, dove vengono affinati quattro vini di punta dai bei nomi latini legati appositamente al trascorrere del tempo e all’attesa: Hora Prima, Hora Sexta, Ad Nonam Merlot e Ad Nonam Passito.

Ma oggi saranno i territoriali a catturare la nostra attenzione con la loro rievocazione, nella nuova veste grafica, di luoghi, simboli e paesaggi veneziani. È il momento tanto atteso: in sala degustazione ci vengono illustrate le novità preannunciate. Si tratta del progetto di rifacimento del marchio dell’azienda nato dall’esigenza di identificare quest’ultima in maniera più precisa nel territorio. Lucio spiega con entusiasmo che l’idea di dare una voce nuova ai luoghi di appartenenza è sorta dopo aver partecipato a un convegno romano sullo story-telling condotto da Attilio Scienza. Da lì inizia a cercare una cornice appropriata in cui inserire gli elementi della sua storia.

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Molto di più di una Doc, Venezia con il suo entroterra e la sua eredità imponente è stata la risposta a ogni tipo di domanda e a ogni ricerca. A pochi chilometri di distanza dalla città lagunare, San Stino di Livenza ne condivide vari aspetti geografici, storici e culturali mettendo in luce un legame millenario. In fondo la produzione di vino della Serenissima è storicamente legata alla coltivazione dei vigneti in queste campagne. E i dogi non hanno forse lasciato tangibile testimonianza del loro passato in questa zona?

Ogni motivazione passa in secondo piano di fronte alla proiezione delle belle immagini veneziane che illuminano la sala di degustazione introducendo il vivace susseguirsi delle bottiglie con le nuove etichette. Queste passano di mano in mano e vengono attentamente osservate nei loro particolari da tutti noi. Ognuno vi riconosce una realtà familiare e tra queste suggestioni paesistiche prova un naturale senso di appartenenza.

Briccole, reti da pesca, case lagunari, capitelli decorati, calli, casoni e vecchi mulini spiccano sullo sfondo bianco delle bottiglie di Chardonnay, Sauvignon, Ribolla Gialla, Tai, Cabernet Franc, Merlot, Pinot Grigio e Refosco. Il mondo veneziano con il suo lento fluire caratterizza in modo chiaro e originale ogni bottiglia. Ma oltre alla poesia dei luoghi c’è dell’altro. Lucio sa bene che l’immagine di Venezia si spende bene ovunque e soprattutto è immediatamente riconoscibile da chiunque. L’obiettivo attuale di Lucio è far conoscere il suo vino nel mondo e non solo al consumatore fuori casa. E la sua nuova scommessa riguarda proprio questo: aumentare le vendite all’estero, che per il momento rappresentano il 20% del totale. Ce la farà? Per saperlo ci vorrebbe una sfera di cristallo, ma per ora ci accontentiamo della splendida luce riflessa dalla Serenissima, grazie alla quale il racconto a colori della Tenuta Mosole rappresenta una storia tutta in divenire.

La nostra visita si sta concludendo e il vino nei calici ci fornirà qualche tassello in più per comprendere la realtà di questo territorio. Ci viene servito un Pinot Grigio 2017 che affascina per le sue nuance leggermente ramate e per l’immediatezza scalpitante delle sue note olfattive. Sono riconoscibili sentori di frutta matura a polpa gialla accompagnati da una piacevole sfumatura agrumata che ricorda la scorzetta di pompelmo. Al palato è un vero fuoco d’artificio, di grande freschezza, anche se necessita ancora di un po’ di tempo per assestarsi e dare il meglio di sé. Il secondo vino proposto è un Tai 2017 dal colore paglierino piuttosto chiaro. Presenta un registro olfattivo sintonizzato sul terroir di provenienza con tipici profumi di mandorla amara, noci e frutta secca. Al palato la trama aromatica è coerente con il profilo olfattivo e il corpo è piuttosto sostenuto. Anche in questo vino il tempo giocherà a favore ma nell’insieme si presenta più completo del precedente. Infine ci viene versato un Cabernet Hora Sexta 2013, prodotto con 80% carmenère e 20% cabernet franc, che ci affascina subito per l’avvolgente colore rubino nel calice. L’esordio olfattivo è ampio e potente nelle note di marasca, ribes nero, su uno sfondo di spezie dolci intrecciate a leggere sensazioni erbacee e a una elegantissima sfumatura fumé. Al palato si ripropongono ininterrotte le note fruttate e speziate percepite all’olfatto. Il tannino è ben integrato e il sorso lungo. Questo vino matura diciotto mesi in barrique di rovere.

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