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Dalla redazione
venerdì 4 maggio

PINOT NERO BY ROBERTO ANESI

Martina Andretta

Tra star ci si intende, si dice, e l’intesa tra il miglior Sommelier d’Italia 2017 e sua maestà il Pinot Nero non è certo passata inosservata alla platea che ha affollato il Maggior Consiglio la sera dell’11 Aprile, in occasione del terzo appuntamento del 2018 di Degustando a Treviso.

La serata in compagnia di Roberto Anesi ci ha fatto percorrere un viaggio alternativo e ci ha fatto scoprire un Pinot Nero diverso; un percorso che ci ha portato molto distanti dalla sua terra eletta, la Borgogna, ma che allo stesso tempo ha confermato il carattere singolare del “vino più bianco tra i rossi”.

Siccome di star stiamo parlando, non c’è da stupirsi che il Pinot Nero abbia carattere bizzoso, con esigenze molto particolari e grande intransigenza, un vitigno che cambia e muta grazie anche alla sua grande instabilità genetica, un vitigno che non si adatta a tutto e che per questo è tanto ambito quanto temuto.

Di certo il terroir dà il la iniziale, l’impronta di base, come le condizioni di sanità in vigna, la presenza di acqua e la grande areazione per scongiurare il marciume, ma una cosa è certa quando si parla di Pinot Nero: non c’è una ricetta per farlo bene, servono una buona dose di cuore e una certa delicatezza per trovare i giusti bilanciamenti, unitamente ad una certa sensibilità in cantina a livello di tempi di macerazione e utilizzo del legno.

Ma lasciamo che sia il vino a parlare di se stesso, iniziando con un brindisi spumeggiante in Southern England: un metodo classico 65% chardonnay e 35% pinot noir “Coates & Seely” - 36 mesi di rifermentazione. In questa terra gessosa il feeling col vitigno è quasi scontato, e dà origine a un prodotto di grande equilibrio gusto-olfattivo, con una bollicina finissima e persistente, che contribuisce a una rotondità cremosa anche a livello tattile, con una chiusura in termini di acidità e sapidità elegantissime.

Un veloce cambio d’abito, dal bianco al rosso, e atterriamo in Cile nella Casablanca Valley, terra filossera-free che gode di primavere secche e soleggiate e allagamenti dalle Ande; il “Veramonte” 2015 che abbiamo nel bicchiere si presenta con una buona trasparenza e intensità, e i 12 mesi di barrique francese donano note speziate delicate ma non invadenti; la mancanza di equilibrio tra maturazione tecnica e fenolica data dalle condizioni climatiche, tuttavia, fa mancare questo bicchiere della profondità e dell’eleganza che contraddistinguono il vitigno.

La terza tappa è in Nuova Zelanda, in casa Saint Claire, dove l’esperienza e l’attenzione dei tecnici enologi, unitamente al terreno di Marlborough della costa esposta all’Antartide, danno vita a un bicchiere di buona concentrazione, di un’eleganza quasi sobria, dove la sapiente vinificazione, parte in legno e parte in acciaio, assieme alla macerazione a freddo, mirano a mantenere intatte le caratteristiche intrinseche del vitigno, facendo scaturire sentori rossi e delicati, con un tannino presente ma levigato, elegante e di giusta finezza.

Per la quarta tappa, ci facciamo carezzare dalla brezza dell’oceano Pacifico dell’Oregon, in Willamette Valley, dove un suolo molto profondo e argilloso, poggiante su uno zoccolo vulcanico, assieme ad un clima fresco e molto piovoso, vestono il nostro Pinot Nero di J. Christopher “Dundee Hills” di una luminosità interessante, con una buona consistenza, dove si sente l’utilizzo del legno in termini di cannella e chiodi di garofano, assieme a note di ribes macerato, con un tannino più presente ma meno polimerizzato rispetto al campione precedente.

Passiamo ora in Sud Africa, in casa Meerlust, fondata nel 1693, dove un’agricoltura attenta e precisa presta attenzione alla coerenza tra scelta del vigneto e terroir, dato che i suoli hanno composizioni molto diverse. Lo Stellenbosch Pinot Nero che abbiamo nel bicchiere, vinificato in acciaio e affinato in rovere per 12 mesi, si presenta vivace e giustamente speziato, di intensità decisa, fresco e minerale sul finale, con note di frutti rossi e muschio, non ancora perfettamente bilanciato ma lascia presagire una certa eleganza futura.

Siamo quasi alla conclusione del nostro viaggio: torniamo un momento a casa, precisamente in Alto Adige a Ronco di Cornaiano, per farci stupire da Hartmann Donà con un “Pinot Nero Donà” 2016 che è una promessa, da vedere in un’ottica di più lungo periodo. Stilisticamente simile alla produzione della Borgogna, con un naso abbastanza schiaveggiante, il nostro bicchiere si presenta croccante, con sentori lievemente macerati, un legno presente che dona rotondità ma che sarà perfettamente elegante e compiuto tra qualche tempo, ancora un enfant.

La fine del nostro tour mondiale ci porta in Mosella, a casa di un coraggioso Daniel Twardowski, che con un’altrettanto coraggiosa scelta produttiva che ha visto l’espianto dei vigneti di riesling in favore del pinot nero, ci offre nel bicchiere il suo “Pinot Noix” 2011. Noix, non noir, in omaggio all’abitudine dei corvi che, prese le noci a valle, le rilasciano contro le rocce di ardesia del vigneto per romperle. Qui lo stile è inconfondibile, l’espressione del terroir e della mano del produttore sono altissime, sulla scia del fenomeno Spätburgunder. Il nostro bicchiere è concentrato e di buona densità, di scarsa trasparenza, con un naso veramente sfaccettato e un palato distintivo, intenso, fine e ben cesellato, con una chiusura che porta freschezza e mineralità, molto lunga e fine. Si sente la Mosella nel bicchiere, si sente il Pinot Nero in una veste diversa ma ugualmente calzante.

Un finale in grande stile, d’altronde lo stile questa sera non poteva mancare.

Un grande vitigno, un grande relatore, ma soprattutto un grande comunicatore che ci ha omaggiati della sua immensa competenza, regalandoci la visione di un Pinot Nero che non ti aspetti.

Grazie Roberto, prosit!

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