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Dalla redazione
venerdì 3 aprile 2020

Calice&Penna

Casa Caterina, anarchia in Franciacorta

Marco Curini

Calice & Penna è la nuova rubrica di AIS Veneto dove pubblichiamo i contributi dei nostri soci. Se ti piace scrivere e vuoi cimentarti con un racconto su un vino che ti ha colpito, su un viaggio o su una tua personale wine experience, contattaci su [email protected] e riceverai indicazioni sul format richiesto. La redazione provvederà alla selezione per la pubblicazione. 

 

“Piove, senti come piove, senti come viene giù”: il ritornello di Cherubini riecheggia nella mia testa mentre le vetrate si sporcano di pioggia. Guardo fuori dalla finestra e le nuvole sembrano infrangersi sui promontori lontani, ad un tratto l’idea. Casa Caterina. Prendo il giubbotto pesante per la prima volta quest’anno e salgo in macchina, con ancora in mano una calda tazza take away di bevanda nerastra che, da buon italiano, rifiuto di chiamare caffè. Con la speranza che Aurelio riesca a ricevermi, oltre che di trovare il coraggio di finire il caffè stile V60 fatto male, imposto il navigatore verso il comune di Monticelli, sede della “Maison”.
I parallelismi con l’oltralpe, in Franciacorta, hanno a mio avviso stancato: paragoni insostenibili per una serie infinita di ragioni, di mentalità, di condizioni climatiche, di storia e tanto altro. In questo caso, tuttavia, ci troviamo innanzi a un vero e proprio anarchico della Franciacorta, a tal punto da uscire dal consorzio di tutela pochi anni dopo la sua formazione, per perseguire le proprie idee.

“La destinazione è sulla sinistra” comunica la voce del navigatore, mentre inizio a chiedermi se non abbia sbagliato strada. Di fronte a me solo una casa e un piccolo parcheggio in sassi, quasi familiare. Non faccio in tempo ad inserire la retromarcia che esce dal piccolo ufficio un signore distinto, con un leggero maglione di pile e le maniche tirate su. Viene verso di me, una presentazione veloce e mi apre le porte di casa.
Un estraneo gli è appena piombato avanti senza preavviso, eppure in lui già traspare la voglia di raccontare la sua visione e far assaggiare le sue creazioni. Umiltà e conoscenza delle proprie capacità, un concetto tanto semplice da comprendere quanto complicato da mettere in pratica, alla ricerca dell’equilibrio tra personalità e albagia, semplicità e orgoglio.
Sorrido, l’effetto inevitabile che avverto ogni qualvolta un Signore del Vino mi accoglie in una sala degustazione che coincide col salotto di casa. Perché il vino è questo, prima di tutto: condivisione.
Aurelio prima di raccontarsi mi fa immergere nella storia del luogo, quella dell’“Altra Franciacorta” come la chiama lui, riportandomi a quando i Frati di Cluny svilupparono su questo territorio le basi della realtà attuale.
“Dicono che chi sa aspettare sa raccogliere, ecco perché ora stiamo uscendo noi. Io gioco sul mio terreno”.

Mi racconta poi delle escursioni termiche maggiori, del carbonato di calcio che dona quella mineralità gustativa e dell’umidità che non conoscono le sue vigne.

Aurelio gestisce dodici ettari di vigna, parte nell’84 e decide sin da subito di puntare sulla qualità, uscendo pochi anni dopo anche dal consorzio.

“Perché sei uscito?”
“Non c’è più la poesia di fare Metodo Classico. Negli anni Novanta cercava di creare un gusto, e io in quegli ideali non mi ritrovavo, io volevo la poesia. Per me la rifermentazione in bottiglia è Champagne e di conseguenza il mio gusto si rifarà sempre a quello.”

Si apre quindi un diverbio. Avevo già ribadito il mio pensiero sui parallelismi con i cugini francesi, eppure il discorso continuava a saltare fuori in ogni cantina a cui facevo visita, così Aurelio ci tiene a chiarire: “Con questo io non voglio dire che dobbiamo creare un gusto, bensì che proprio come in Champagne bisogna creare un terroir; se io faccio il vino a Monticelli, non potrò mai fare un vino uguale a quello di Erbusco”.
Questo concetto mi piace di più e finisco con l’appuntarlo nella disordinata agenda che poggia sul tavolo tra blocchi di terreno e calici vuoti.

Emerge, quasi inevitabile, il tanto atteso tema “Lieviti”. Sono sempre stato perplesso sull’utilizzo dei selezionati, pur andando controcorrente e sapendo di portarmi dietro molti pareri negativi su ciò. Ci sono indiscutibilmente differenti ceppi, più o meno invasivi, ma la domanda che mi sono sempre fatto è stata quella di comprendere come uno degli agenti più importanti della fermentazione potesse essere standard e, allo stesso tempo, non standardizzare il gusto. A mio avviso è un qualcosa di impensabile e, ci tengo a sottolinearlo, non mi reputo un estremista, anzi. Senza addentrarsi nel filone del “vin naturel”, credo si possano fare ottimi vini anche utilizzando ceppi selezionati ed evitando ulteriori tecnicismi, dormire sonni più tranquilli a patto che si sia disposti a rinunciare in una qual misura ad un’espressione più tipica. In ogni caso mi limito solo a sorridere quando Aurelio mi dice che la poesia si fa in un modo solo, dicendomi che fare il vino in questa maniera è completamente diverso.

“Tu hai tutto dentro di te, non ti serve niente. Lo stesso sul vino, perché devo andare ad aggiungere lieviti, enzimi e altro?”. Un pensiero che mi riporta con la mente a Chauvet, Neauport e Lapierre e del “Perché aggiungere al vino qualcosa di non necessario”. Altra frase che finisce di merito sul taccuino che si fa via via sempre più disordinato. Aurelio è un uomo tanto semplice quanto profondo, con le mani segnate dal lavoro e gli occhi ancora pieni di passione.

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“Ma cos’è per te la poesia nel vino?” Sono in cerca di risposte.

“Il vino è già poesia. Non è qualcosa da inventare, va trovata naturalmente; è la sensibilità che provo io quando sento il mosto scendere dalla vaschetta d’acciaio e sembra quasi che ti dica “guarda, sono qua; sono nato per te”. C’è melodia nel gusto, c’è il romanticismo, ecco cos’è.” Fa una pausa, senza mai smettere di guardarmi fisso negli occhi.

“Assaggiamo qualcosa?” Sorrido, non aspettavo altro.
La cosa che mi colpisce è come la personalità di Aurelio si rispecchi nei suoi vini,
diretti, sinceri e con una gran voglia di far casino.
“La sincerità e la sapienza non hanno prezzo, Marco. Io ho sposato la sincerità”: e il primo vino è cosi, sincero, puro e percettibilmente interpretato da una mano
sapiente. Un Blanc de Blancs diretto, verticale e sostenuto da una tensione minerale che difficilmente avevo trovato in queste zone. Ride, di nuovo, portando in tavola la seconda bottiglia. Dal ghigno avevo intuito che mi sarei presto trovato innanzi al frutto di un grande azzardo, il meunier della Franciacorta.

“Questa è la mia azienda, questo è il mio cuore” e di cuore in questo meunier ce n’è tanto, anzi credo che la parola giusta sia rassicurante, avvolto da quella dimensione fruttata senza banalizzare, riuscendo invece a dare identità ed
impreziosire ogni singola sfaccettatura. Segue una serie di assaggi che culmina con la vera poesia di Aurelio, esercizio di stile che si materializza nel “Le Vieux de la Maison”: vendemmia 2002, stile ossidativo, 16 anni di vetro. Pinot gris e pinot blanc si completano in un vino dove senza dubbio l’ossidazione è il filo conduttore che accompagna la bevuta dall’inizio, integrata, completa e complessa che unisce note tostate alla dimensione del pinot bianco, concreta, piena e pulita. Sono vini che ti strappano un sorriso nelle giornate no, che ti fanno riflettere e ti portano indietro su tutte le tappe della vita, facendo riemergere un’infinità di ricordi legati agli odori e alle sensazioni che trasmette. Avvicino il calice al naso, spunta un ricordo. Ne assaggio un po’, ne viene in mente un altro. E così via, anche per tutto il pomeriggio, finché non finisce la bottiglia.

“Le note ossidative creano un racconto, una poesia, una substance come dice “Qualcuno” in oltralpe, crea qualcosa di romantico e melodico nel gusto”.

Romanticismo e melodia, nuova metafora personale di Casa Caterina.

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