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Dalla redazione
lunedì 5 febbraio

La trasgressione nel calice mascherato

Degustazione alla cieca in tema carnevalesco

Vanessa Olivo

L’immagine di Venezia è particolarmente legata al Carnevale, festa che l’ha resa famosa negli anni e nei secoli, e che richiama ogni anno migliaia di turisti da tutto il mondo. Sin dall’antichità il Carnevale ha caratterizzato il clima gioioso e festaiolo che precede la Quaresima, quando l’abitudine di indossare le maschere garantiva l’anonimato favorendo trasgressioni e giochi proibiti di ogni tipo. Venezia divenne presto la città europea simbolo del piacere e del gioco, dell’eleganza e della suggestione. La delegazione AIS di Venezia ha voluto quindi dedicare una serata all’aspetto più ludico dello spirito carnevalesco, con una degustazione di vini “mascherati”, vini di cui non si conosce l’identità, in un clima festoso e, perché no, anche trasgressivo. Ad animare la degustazione e i tavoli dei presenti non sono mancati personaggi del calibro di Pantalone, il Dottor Balanzone, la Corallina, la cantante e due musicanti dell’Associazione Pantakin di Venezia. Vita non facile ha avuto Massimo Ballotta, relatore AIS, che ha saputo destreggiarsi con grande ilarità e professionalità tra le battute e le allusioni insinuate dalle nostre maschere in una degustazione fuori dalle righe.

Si inizia con il primo vino mentre dalla cucina del Novotel di Mestre vengono serviti dei taglieri di affettati misti. Un calice magnetico, che cattura lo sguardo irradiando un lucente colore che richiama la buccia di cipolla dorata, attraversato dalla risalita di numerose catenelle di fini bollicine. L’impatto olfattivo è un’esplosione di sensazioni che spaziano dai piccoli frutti rossi, all’agrume, al melograno, fino alla nota fragrante del pane appena sfornato. Al palato mostra verticalità e ampiezza, ricalcando nel finale le note di frutti rossi avvertite all’olfatto. Questo vino è il Redentor Spumante Raboso Metodo Classico di Tessere, che ha voluto rendere omaggio a un’altra festa storica di Venezia, forse meno conosciuta nel mondo, ma molto cara ai veneziani.

Il secondo vino sfoggia un giallo paglierino intenso arricchito da nuances dorate, intriga l’olfatto con uno spiccato sentore minerale accompagnato da note agrumate e floreali, macchia mediterranea, in primis timo e maggiorana. Al palato il gioco equilibrato tra sapidità e morbidezza prolunga la persistenza del sorso. Questo calice ci porta al calore del sud, è un Lacryma Christi del Vesuvio Bianco Vigna del Vulcano – Villa Dora 2013.

Ma è il momento di abbandonare quello che tra i nostri cinque sensi è forse in grado di influenzarci di più, la vista. Tra una battuta e l’altra ci bendiamo gli occhi con una mascherina coprente e ci prepariamo ad affrontare il terzo campione. Pur non potendo sostenere un esame visivo completo, possiamo valutarne comunque la consistenza, non da poco, ruotando il bicchiere. È un vino che ha concentrazione e la conferma la si ha quando si avvicina il calice al naso: non manca niente, vi sono confettura di albicocche, visciola matura, mostarda, frutta secca, nota lievemente fumé, sentori balsamici di resina e mentolo il tutto incorniciato da una delicata speziatura che suggerisce una sosta in legno di secondo/terzo passaggio. All’assaggio il sorso è pieno e avvolgente, la nota pseudocalorica è importante, il tannino delicato, decisa sapidità e notevole persistenza. Inconfondibile per chi li conosce, può trarre in inganno sembrando un rosso, ma in realtà è un orange wine di tutto rispetto, Bianco Oslavje Radikon 2010, blend di chardonnay, sauvignon e pinot grigio.

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E mentre viene servito un risotto con radicchio e salsiccia, arriva il quarto vino. Rosso rubino di buona trasparenza, esordisce con una buona verticalità olfattiva dove si rincorrono richiami di frutta carnosa e croccante, come ciliegia e visciola, ma anche la nota agrumata dell’arancia rossa, spezie tra cui pepe nero e cannella, la percezione floreale della viola, sentori balsamici di menta e eucalipto, e un tocco polveroso di caffè. Il sorso è vigoroso, si avverte la rotondità data dal tenore alcolico e dai polialcoli, tannino piacevolmente integrato, di buona persistenza. Un vino che, una volta rivelato, ha destato non poche allusioni dato il nome e l’etichetta fraintendibili, il Soffocone di Vincigliata Bibi Graetz 2015.

Il quinto vino vanta un rosso rubino intenso, la carica cromatica è quasi impenetrabile, mentre l’olfatto percorre note fruttate di mora, lampone e ciliegia, una spiccata mineralità e speziature dolci di cannella e vaniglia. Al palato è avvolgente in un tripudio di morbidezze, persistente. Siamo in Puglia con il Nero di Troia Il Guerro – Petrilli Paolo 2010.

Siamo quasi alla fine, con il sesto vino vengono serviti i dolci tipici del Carnevale, frittelle, galani e castagnole. Il nostro ultimo calice ha una veste giallo paglierino con sfumature dorate, ornato da un perlage fine e persistente. Le note olfattive richiamano frutta matura, miele e biancospino, mentre al palato la bollicina si amalgama perfettamente in un gioco equilibrato tra le percezioni dolci e la mineralità di questo Recioto di Gambellara Spumante Dal Maso.

E per concludere ci lanciamo tra le note del ritornello della canzone “Barbera e Champagne” di Giorgio Gaber: “Barbera e Champagne, stasera beviam per colpa del mio amor, pa ra pa pa per colpa del tuo amor, pa ra pa pa. Ai nostri dolor insieme brindiam col tuo bicchiere di Barbera col mio bicchiere di Champagne.” per ricordarci che se lo Champagne rappresenta il vino dei signori e la Barbera dei popolani, nello spirito spensierato della festa del Carnevale dietro ad una maschera non esistono distinzioni ma solo voglia di festeggiare.

 

[foto di Bruno Bellato]

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