E se tornerà
di Giambattista Marchetto
Brindisino di Cellino San Marco, Albano Antonio Carrisi (classe 1943) è tra i cantautori italiani di maggior successo internazionale, con oltre 25 milioni di dischi venduti nel mondo, 26 dischi d’oro e 24 di platino, 15 partecipazioni al Festival di Sanremo. Al Bano è però anche - e con pari convinzione - un vignaiolo.
La sua storia in vigna precede di molto la notorietà, perché ci ha passato l’infanzia accompagnando il nonno e il padre Carmelo. E infatti, quando nel 1973 nasce l'Azienda Vinicola Al Bano Carrisi, la prima bottiglia è di Don Carmelo, l’etichetta dedicata al padre, perché il progetto vitivinicolo del cantautore nasce proprio per mantenere una promessa fatta al padre.
Oggi le tenute sorgono nel cuore del Salento, in un borgo antico tra vigneti, uliveti e bosco, a pochi chilometri dal mare, guardando a un tempo l’Adriatico e lo Ionio. Una posizione che plasma il carattere dei suoi vini.
Al Bano, alle origini di tutto c'è una storia di famiglia, una promessa fatta a suo padre…
Mio padre mi ha trasmesso la cultura della terra e quella non te la scrolli facilmente di dosso. Ma alla base di tutto c'era anche la voglia di rivincita, nel senso che avevo capito quanto era duro il lavoro in vigna e quanto scarso il rendimento. Allora dissi a mio padre: «Io me ne vado, ma sappi che tornerò per costruire una cantina dove tu non sarai più uno schiavo dei grandi possidenti».
Il Mezzogiorno era infatti ostaggio delle grandi aziende del nord che venivano a comprare il mosto e le uve che i contadini producevano. Per quattro soldi si portavano via tutto. Quando l’ho capito, ho deciso che non doveva continuare così per mio padre e mia madre. E l’ho fatto, perché nel 1973, grazie al lavoro di cantante, ho potuto costruire la mia prima azienda vitivinicola.
Quella promessa ha portato a costruire un business “parallelo” alla carriera cantautorale. Quanto è coinvolto in prima persona in azienda?
Innanzitutto va detto che, se non facessi il mestiere che faccio, tutte le cose che ho fatto in campo vitivinicolo non sarebbero state possibili. E quindi oggi lavoro anche per abbellire, per far funzionare al meglio quello che ho iniziato a costruire nel 1973.
Siamo però alla terza cantina: da 50mila bottiglie adesso siamo arrivati a quota due milioni. Ma ho impostato la nuova cantina per un potenziale produttivo di 5 o 6 milioni di bottiglie.
Dunque, oltre a essere ambasciatore dell'Italia con le canzoni, lo diventa anche con i vini?
È un mondo a cui appartengo, in qualche modo. Anche se tutto quello che ho fatto mirava soltanto a migliorare la vita a mio padre e a tutta la famiglia.
La tenuta di Cellino San Marco si trova in quel pezzo di Salento stretto tra due mari, una posizione quasi unica.
Esatto. Lo iodio che porta il mare e quell’aria speciale danno più sapore al vino. Il vino è in qualche modo plasmato dal mare.
E infatti avete scelto come nome per il vostro rosato proprio Mediterraneo, il Mare Nostrum per eccellenza. In che modo il mare rappresenta un'identità per lei e per i suoi vini?
Noi pugliesi, quasi tutti, siamo per metà uomini di terra e per metà uomini di mare, perché l'anno era suddiviso tra il freddo dell’inverno, con i prodotti della terra, ma poi arrivava l'estate e lì era solo e unicamente mare. Vivendo e interiorizzando queste due anime, nasce il vero pugliese: per metà marinaio e per metà contadino, uomo di terra insomma. Ecco, noi lavoriamo perché tutto questo arrivi nel calice.
Qual è il suo rapporto con i vitigni della Puglia, come il Negroamaro o il Primitivo? Ritrova le radici antiche nei vini di territorio?
Da noi il vino l’hanno portato soprattutto i Greci – e infatti ho chiamato un vino Platone, perché il filosofo è stato il primo a scrivere sulla bontà del vino nella comunità umana. Nascendo in quel territorio, i vitigni come il negroamaro o il primitivo, diventano un vestito che si adatta al terreno. E le radici della vigna assorbono tutto quello che c’è intorno: la violenza del mare, la violenza dei venti, il profumo dei venti. È quasi un miracolo ogni giorno.
Al di là della direzione tecnica, in cantina lei mantiene la regia su quali vini lavorare e sulla linea stilistica? Rimane fondamentale la sua visione?
Indubbiamente sì. In fin dei conti ho conosciuto il vino più del latte. Mia madre mi raccontava sempre di aver perso il latte durante il periodo della guerra, quando sono nato, per cui sono stato svezzato con il latte di un’asina. E mio padre diceva: «questo tiene ‘u capo di succio», sostenendo che avessi un poco la testardaggine degli asini. Nel contempo il vino l’ho conosciuto fin dall'infanzia, soprattutto con mio nonno Angelo che ci giocava così tanto che era sempre un po’ allegro.
Nel frattempo, da quella Puglia povera e difficile lei è partito attraversando il mondo con le sue canzoni. Come è rimasto legato alle sue radici?
Ho girato tutto il mondo – dalla Cina all’Australia, dall’America alla Nuova Caledonia – ma succede che ti porti sempre dentro il mare e il vino. Perché mi sento come un albero, che può crescere quanto in alto vuole perché ha radici profonde.
Lei è stato anche ambasciatore FAO. Perché è importante valorizzare l’agricoltura? Perché è un valore cruciale?
Purtroppo l'agricoltura – e lo dico da contadino, per certi versi – viene un po’ maltrattata dalle istituzioni, al punto che i giovani scappano e non c’è un rinnovamento tra gli uomini che stanno a contatto con la terra. Andiamo nella direzione opposta a tutta la storia dell’essere umano, che è sempre stato legato alla cultura della terra, alla cultura del produrre e del mangiare, e per certi versi anche del bere. Lo Stato dovrebbe rivolgere maggiore attenzione all’agricoltura. D’altra parte, se non fossi stato un cantante tutto quello che ho fatto in agricoltura non avrei potuto raggiungerlo. Serve invece una spinta, soprattutto per il rinnovo generazionale.
Le Tenute Carrisi stanno diventando anche un progetto di famiglia? Le generazioni successive stanno entrando in azienda?
Dei miei sei figli, è il più giovane (Albano jr, ndr) quello che sta prendendo spontaneamente la direzione del mondo agricolo. Si è appena laureato in
Business Administration e ha 23 anni, ha tutta la potenzialità per affrontare questo incontro con il mondo dell'agricoltura, che per molti ragazzi è interessante.
Nel frattempo lei quanto tempo trascorre a Cellino San Marco, in masseria?
Ci sono 6-7 giorni al mese, 8 quando va bene. In realtà quando canto lo percepisco come il mio divertimento, mentre quando sono in masseria lo vivo come il mio grande lavoro – mi piace andare a letto stanco di fatica.
Per chiudere, se dovesse scegliere una delle sue canzoni come colonna sonora ideale per il momento in cui stappa una bottiglia davanti al mare nelle sue tenute, quale sceglierebbe?
Il vino l’ho cantato spesso nelle mie canzoni perché è stato sempre una componente essenziale nella mia vita. Io penso al vino come una medicina: con la giusta dose tu vivi bene, ma con la dose sbagliata ti freghi il fegato. Quindi il vino è come un regalo di Dio: non puoi mai abusarne, altrimenti si vendica.
La mia canzone – pur se sono tante – potrebbe essere “Felicità”: è un bicchiere di vino con un panino, la felicità. Oppure c’è un altro brano, “E se tornerà”, dedicato a Dio: nei campi biondo cresce il grano, pane fresco ancora ci sarà, che alla fine parla del vino: e se torna lui in mezzo a noi, del vino in fresco gli terrò. Un’immagine bellissima.
Articolo apparso sul numero 01/2026 di Vinetia Magazine.