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mercoledì 14 marzo

Degustando a Treviso - BIO BORDEAUX

La santé passe aussi par le verre

Martina Andretta

Per il secondo appuntamento delle degustazioni tematiche di delegazione abbiamo avuto l’onore di ascoltare Monsieur Franck Dubourdieu che ci ha raccontato del “Bio Bordeaux” e di come “la salute passi anche dal bicchiere”.

Il signor Dubourdieu, classe 1939, si fa di certo precedere da un curriculum alquanto imponente e allo stesso tempo contemporaneo: oltre ad essere medico ed ingegnere agrario ed enologo, ad aver ricoperto ruoli direzionali nell’ambito del commercio del vino e della consulenza enologica, è anche relatore al Bordeaux Wine Institute nonché seguìto blogger.

Sulla scia di questa impressionante competenza ed esperienza, oltre alla canonica carrellata di informazioni sulla regione vitivinicola più estesa di Francia con i suoi 115.000 ettari, le sue macrozone e i suoi cru, Monsieur Franck non ci ha raccontato una storia sui grandi Châteaux blasonati e grand cru, sui vini inaccessibili che la maggior parte di noi non ha mai bevuto, come ci saremmo potuti aspettare assistendo ad una degustazione di Bordeaux. La storia raccontata da Monsieur Franck è più autentica e attenta, più “piccola”.

Spesso, quando degustiamo un calice di vino, ci preoccupiamo di identificarne le caratteristiche e di capirne il percorso, l’evoluzione, di certo il nostro primo pensiero non è quello di capire se quanto stiamo bevendo sia salutare. Il business dei pesticidi ha ragione di essere perché ci viene fatto passare come un utilizzo “dovuto”, giustificato dalle difficoltà produttive in termini di climi difficili e di infestanti. L’attenzione non viene focalizzata sui dannosi effetti che i trattamenti hanno sulla salute dell’uomo, perché ciò non fa business.

La grande rivelazione della serata è stata, dati alla mano, che un’agricoltura bio, senza l’utilizzo dei pestici in primis i glifosati tanto nocivi alla salute dei vigneron e dei consumatori finali, è un’agricoltura più sostenibile, a partire proprio dalla pianta.

La vite infatti, è naturalmente predisposta per una produttività più equilibrata, produce meno e meglio in assenza di trattamenti che ne falsano il vigore della linfa, in favore di una maggiore concentrazione e acidità che equilibrano la gradazione alcolica e la struttura stessa del prodotto finale. L’uva è naturalmente più ricca di antiossidanti, e dà luogo a vini dotati di una purezza aromatica superiore, senza deviazioni gustative negli aromi, vini più autentici e vicini al terroir e alle caratteristiche dell’annata.

Va da sé che i produttori che sposano questa causa siano piccoli vigneron, e che questa tendenza si traduca in una piccolissima percentuale sul totale della superficie vitata: appena il 9% sono i terreni convertiti bio in Francia.

Tradotto nel bicchiere, il concetto esplicato da Monsieur Dubourdieu ha trovato conferme e corrispondenze. I vini che il nostro illustre relatore ha selezionato per noi hanno parlato da soli.

A dare il la alla degustazione un Sauvignon Gris 2015 Châteaux de Bellevue AC Bordeaux Blanc Sec biologico, una piacevole scoperta di un vitigno pressoché dimenticato; a differenza dei classici Sauvignon Blanc bordolesi, l’aggressività aromatica e le spiccate e talvolta poco eleganti note vegetali hanno lasciato spazio a sentori agrumati ed esotici, ad erbe aromatiche fini e delicate, con un finale di lievito a chiudere un bouquet ampio ed equilibrato.

Entriamo poi nel vivo della questione: a parlare sono i vitigni principi bordolesi, merlot, cabernet franc e cabernet sauvignon. Uno Châteaux Tire Pè 2008, AC Bordeaux Supérieur biologico, ci prepara il palato ad accogliere i sentori tipici dei Bordeaux, senza sbavature né imperfezioni, anzi con un equilibrio sensoriale importante e non incentrato unicamente sul frutto rosso, con un tannino gentile.

A seguire uno Châteaux Roland La Garde 2002 AC Cotes de Bordeaux, espressione di 30 ettari vitati con agricoltura biodinamica, dove la potenza e la consistenza sono fitte, dense, la mora è netta, la rosa e la vaniglia elegantissima su un finale di note tostate si siedono su una trama tannica ben polimerizzata, in equilibrio con la morbidezza data anche dallo stato evolutivo del vino.

Torniamo quasi ai giorni nostri con uno Châteaux La Grave Figeac 2011 AC Saint Emillon Grand Cru biologico, un’espressione del prezioso terroir in scandita progressione, dalla nota erbacea al frutto, al cuoio e alla liquirizia, una complessità importante con un tannino marcato ma molto fine.

Ci spostiamo poi nella altrettanto famosa AC Margaux, con uno Châteaux Des Graviers 2012 dove l’autenticità e l’espressione del territorio sono esaltate naturalmente dall’agricoltura biodinamica praticata su questi 13 ettari; i sentori non potrebbero avere maggior corrispondenza col terroir per questo vino che è in divenire ad ogni giro nel bicchiere, con una piacevole e singolare nota ematica in chiusura.

La carrellata dei rossi vede la sua degna conclusione in una produzione di un solo ettaro nella AC Pomerol, uno Châteaux Le Chenin 2012, che sembra racchiudere tutti i bouquet degustati fin d’ora in un’unica complessa fragranza celestiale, che ci lascia al naso e al palato la vera essenza del Bordeaux nella sua massima espressione.

Come nelle migliori occasioni il finale avviene in “dolcezza” e lo Châteaux Mémoires Grains D’or 2005 AC Cadillac, a base Sémillon, Sauvignon Blanc e Muscadelle dove botrite, albicocca candita e acidità confluscono naturalmente al palato a confermare quanto abbiamo visto appena versato nel bicchiere, un oro denso e brillante, carnoso e seducente, da bere ripetutamente senza stucchevolezza.

Si dice che ciò che importa è quello che le esperienze lasciano alla memoria, e credo tutti possiamo dire di aver ancora vividi al palato ed al naso i ricordi nitidi di questa autentica esperienza che ha fatto bagaglio olfattivo nell’espressione di un territorio conosciuto e rinomato, ma con una connotazione più autentica e meno scontata.

Grazie Monsieur Franck per aver condiviso con noi un Bordeaux che non ti aspetti.

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