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Il vino di Saramago

L’ha disegnato Cleto Munari, grande protagonista del mondo della creatività.

Cleto Munari è morto il 18 giugno 2026 a 95 anni, dopo una vita di lavoro che ha fortemente influenzato il mondo del design. L'avevamo celebrato nel numero 2/2024 di Vinetia Magazine in un articolo che ci fa piacere riproporre.

Di Antonio di Lorenzo

Quando il Nobel José Saramago, vent’anni fa, scrisse Le intermittenze della morte, compose un capolavoro. Era basato su un’idea geniale: la Morte si prende una pausa e si mette a bere lentamente un bicchiere di vino, per volersi gustare ogni istante di quel momento raro. Così a Capodanno, di colpo, nel paese si smette di morire. Sembra la liberazione da un incubo, invece è solo l’inizio di un altro. E, paradossalmente, sarà proprio la Morte a risolverlo. “Saramago era sempre serio, vestito di grigio, era l’immagine di un vecchio come ci aspettiamo che sia. Lo incontrai a Oporto, perché volevo dedicare a lui una delle mie penne stilografiche create per i grandi artisti. Accettò, ma non era entusiasta. Così finii per disegnare per lui anche l’etichetta di un vino del Collio, che produceva Cà Ronesca, la cantina di un amico, Sergio Comunello. Impazzì di gioia, diventammo amici. Mi telefonava: sono a Roma, vieni a trovarmi e porta il vino!”.

A parlare è Cleto Munari, grande protagonista del mondo della creatività internazionale, considerato tra i più illustri e riconosciuti capofila delle avanguardie, distante dalle mode. Lo chiamano poeta della forma, ma a lui la definizione non piace, e più avanti capirete perché rifugga ogni etichetta: in realtà ha abolito la differenza tra forma e sostanza, annegandola in un mare di colori. E non è il solo. 
Anche Andrea Camilleri si è posto lo stesso interrogativo: cos’è la forma? Cos’è la sostanza? La riposta arrivò in un libro. Quando infatti pubblicò, trent’anni fa, La forma dell’acqua non sapeva ancora che quel suo commissario Salvo Montalbano, che aveva immaginato pieno di capelli neri e ricci, sarebbe stato da quel giorno protagonista di ventotto romanzi e cinque raccolte di racconti. Fino all’ultimo, uscito per sua volontà dopo la morte dell’autore nel quale anche il protagonista muore.
Tutto era iniziato dalla forma dell’acqua. Il fatto è che la differenza tra forma e sostanza – di fatto – è un’invenzione della filosofia greca, così come anche la forma dell’acqua (o del vino) naturalmente non esiste, perché l’acqua o il vino hanno la forma del contenitore.
Anche oggi che ha 94 anni, Cleto Munari è un anticipatore, perché come tutti coloro che hanno visione fornisce risposte inattese agli interrogativi di sempre. Anzi, anticipa le risposte a domande non ancora espresse. Goriziano di nascita ma vicentino d’adozione, giunse a Vicenza a sei anni. Era il 1936, anno in cui Mussolini fondò l’impero. Lucido e vivace ancora oggi, guida l’auto, gioca a tennis, veste vivace, lavora in modo instancabile, crea ceramiche a Nove e occhiali da star a Santa Monica, in California. “I giovani segnano il futuro e per loro oggi hanno molta importanza i segni. I miei occhiali hanno segnali di riconoscibilità”. Basta che ne vediate uno e capirete che ha ragione: del resto se Renzo Arbore, Marisa Laurito, Gianpiero Mughini e perfino Spike Lee scelgono i suoi occhiali, un motivo c’è. Ne ha realizzata una serie dedicata ai grandi artisti del passato: Mirò, Kandinskij, Van Gogh, quest’ultimo tutto in acetato blu e stelline dorate.

Il Presidente Mattarella, quando l’ha incontrato in occasione della presentazione della sua coloratissima Porsche 911, l’ha definito “il più importante designer al mondo”. Lui naturalmente non ha obiettato, ma in privato spiega che lo chiamano in tanti modi e sono tutti sbagliati. In realtà non è architetto, né designer, tantomeno maestro: “Sono un mestierante, al massimo una persona che si agita, un serventino, come erano chiamati i ragazzi di bottega dei vetrai a Venezia”.
Alla faccia dell’agitazione, per citare Totò: in mezzo secolo di carriera, nella sua seconda vita Cleto Munari ha disegnato migliaia di oggetti le cui tracce si trovano in 110 musei del mondo. Già, perché lui inizia lavorando per la Fiat e nei primi anni Settanta incontra Carlo Scarpa, sommo architetto – che, a proposito di titoli, non era laureato – e abitava nella foresteria della tiepolesca villa Valmarana ai nani, vicino a Monte Berico. Scarpa gli cambia la vita. Era ruvido e lo battezzò così: “Sei ignorante come una capra. Prendi la valigia e comincia a viaggiare e conoscere”. Potenza del mentore, il quarantenne Munari gli obbedisce. Da allora in avanti, Munari ha incontrato e lavorato con mezzo mondo fra designer, artisti, architetti e uomini di cultura: Ettore Sottsass, che considera l’altro suo maestro, Kenzo Tange, Jorge Amado, Alvar Aalto, Norman Foster, Oscara Niemayer, Frank O. Ghery, Alessandro Mendini, Giò Ponti. Potrebbe stendere un’altra vertigine della lista alla Umberto Eco. Ha disegnato le scarpe di Rudolf Nureyev, ha fatto eseguire ad Andy Warhol – che ha conosciuto quando era ancora un vetrinista a New York – un ritratto di Scarpa. Bruno Munari gli ha dedicato un quadro che è appeso nell’ingresso dello studio, summa della sua vita.

Ma torniamo a noi. Se l’acqua non ha forma, Munari ha voluto ripensare il contenitore: propose alla Ferrarelle di produrre una bottiglia con gocce d’acqua materializzate sulla superficie della plastica, facili da cogliere alla vista e al tatto: “Si sarebbe finalmente distinta l’acqua frizzante da quella naturale”. Non ebbe fortuna.
Ideò anche una bottiglia con l’impronta della mano: “Così non sarebbe mai scivolata”, afferma ancora oggi convinto. Il prototipo, elaborato per una Cantina ligure, arrivò terzo a un concorso e non fu realizzato. Ma che fosse un’intuizione giusta lo dimostra il fatto che un’azienda piemontese gli copiò l’idea. Non solo: se andate alle Calandre di Rubano, gli Alajmo da vent’anni e passa mettono sul tavolo i bicchieri di Massimo Lunardon che sfruttano la stessa caratteristica, con il pollice che entra dentro il vetro.
Se dovesse immaginare oggi una bottiglia di vino, Cleto Munari insisterebbe ancora sulla forma da diversificare: “Sono tutte uguali… Nei farei una a salsicciotti, con rigonfiature – immagina – così il metodo classico si affina meglio”. È convinto che, in fatto di design e bottiglie, nel mondo enologico ci sia molto da esplorare ma si devono sciogliere due nodi: il packaging e gli stampi, settore quest’ultimo in cui “siamo fermi da cento anni”, sottolinea. “Serve un industriale coraggioso per realizzare qualcosa di nuovo”. Ma quello del coraggio, da don Abbondio in qua, è un vasto programma come direbbe De Gaulle.

Cosa si può chiedere a chi ha immaginato tutto, mobili, quadri, orologi, tavoli, argenti e ha usato tutti i materiali? Solo una domanda: che cos’è la creatività? La risposta è illuminante: “È determinata dalla curiosità. Non bisogna stare seduti in ufficio, ma andare in giro a incontrare la gente, vedere come vive e cammina”. Se aveste un dubbio che sia una buona ricetta, pensate che lui ha creato la “sinergia della bellezza”, così la chiama, con la Porsche 911 che ha reinventato. Ha chiamato a lavorarci un gruppo di all star: Cèsar Pelli, architetto argentino, Mimmo Paladino, Ettore Sotsass, Alessandro Mendini. Ognuno ha progettato un aspetto. Lui, oltre alla carrozzeria variopinta, ha ridisegnato il cruscotto con pelli di cervi bianchi, che traspirano, ottenute dai conciari di Arzignano. L’auto è stata presentata a una mostra che gli è stata dedicata due anni fa a Treviso. “Ossessione della bellezza”, l’hanno intitolata. Magnifica ossessione, va aggiunto, tanto per parafrasare il titolo di un film definito “impeccabile”. Come lui.
 

Pubblicato: 5 ottobre 2026
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