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Dalla redazione
giovedì 16 dicembre 2021

La gloria nel bicchiere

Dalla tavola alla filosofia: viaggio tra significati, simboli e prerogative del calice nella storia.

Federica Spadotto


Immagino sia capitato a molti, disquisendo di gioie culinarie, di sentirsi dire che …alla fine, per quanto il ristorante sia bello ed il piatto ben presentato, l’importante è quello che si mangia!.

Lo confesso, considerazioni come questa mi fanno storcere il naso, non tanto perché risuonano da inutile frase fatta, ma soprattutto perché sovvertono un presupposto  fondante della convivialità, ovvero il piacere in tutte le sue declinazioni.

Un bel piatto, come un bell’uomo o una bella donna, acquista maggior risalto se “vestito” con i giusti colori… come accade per il vino, che con le sue sfumature e la sua vivacità ci dispensa emozione ancora prima di averlo assaggiato.

Anche il vino, tuttavia, per dare il massimo, deve avere il bicchiere giusto: di una forma particolare, a seconda della tipologia, ma sempre, comunque, trasparente.

Eppure, in tempi non troppo lontani, i nostri antenati avrebbero avuto molto da ridire su quest’ultimo requisito, scegliendo per le loro tavole bicchieri d’argento o di altri materiali preziosi, spesso incrostati di pietre, oppure calici di vetro opaco o colorato con steli di svariate fogge, talvolta addirittura vezzosi.

Molti esemplari venivano realizzati a Venezia, città d’elezione dell’arte vetraia, da cui partivano per destinazioni lontane, in prevalenza nordeuropee, dove il bicchiere godeva di un prestigio straordinario, legato al ruolo di status symbol.

Non è un caso che il Rijksmuseum di Amsterdam vanti al suo interno una grande sala dedicata all’esposizione di tali manufatti, soprattutto di epoca barocca, oltre a custodire numerosi dipinti con scene di banchetto, dove l’importanza dell’ospite si evince dal valore del calice che tiene tra le mani.

Anche il genere della natura morta, fiore all’occhiello della scuola fiamminga ed olandese, non manca di esibire preziosi roemer, bicchieri da vino appannaggio delle tavole nobiliari e resi immortali da artisti come Pieter Claesz, autore della Natura morta con roemer, granchio e limone sbucciato.

A questo affascinante contenitore venivano addirittura dedicati versi poetici, come ci testimonia un esemplare del 1643, recante un componimento di Anna Visscher, in cui s’invoca l’acqua d’Eliconia per trovare ispirazione letteraria.

Il bicchiere diviene, quindi, tramite tra le Muse ed il genere umano, per sconfinare nell’ambito della religione, di cui rappresenta uno dei simboli più pregnanti, essendo delegato a contenere il sangue di Cristo nella liturgia eucaristica.

Nell’epoca della Controriforma, tuttavia, il suo significato salvifico convive con speculazioni di tutt’altra natura, scaturite dal suo ruolo d’ostentazione sociale che lo connotava, rendendolo simbolo della caducità della gloria terrena, che maestri come Sebastian Stosskopff hanno fissato sulla tela con grandissima efficacia.

Nella straordinaria Vanitas un raffinato cestino emerge dall’oscurità, facendo rifulgere i numerosi bicchieri che contiene: alcuni in vetro, altri in metallo. I primi, bellissimi ma altrettanto fragili, sono in gran parte rovinati, o addirittura ridotti in pezzi, come accade per le fatue gioie di questo mondo; i secondi, invece, solidi come la fede, affrontano intatti il passare del tempo.

Raramente capita d’incontrare un’immagine così colta e raffinata per esprimere l’eterna lotta tra la caducità dell’esistenza e la grandezza della fede, che tanto ha, indubbiamente, molto da insegnare a chi continua a sostenere che un bicchiere è soltanto un bicchiere.

 

 

 

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