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Dalla redazione
venerdì 1 febbraio 2019

Il Potestà si è messo in verticale

Federico Cocchetto

È notte quando lasciamo la sala, fuori attende la luna a sovrastare questo antico casale, mentre dentro sono rimaste le tracce di un viaggio attraverso il passato che ci ha condotto fino al 1974.

Siamo a Vazzola e passando davanti all’arco d’entrata dell’azienda Bonotto delle Tezze, che talvolta sfugge via, si denota un’aura di austerità schiva, eppur presente ed importante. La corte interna ospita alcune entrate, l’ufficio, la casa, il magazzino e la splendida sala di accoglienza e degustazione ricavata da quelli che erano i locali di vinificazione, prima della costruzione della nuova cantina.

Venerdì 25 gennaio è stata una serata di degustazione che ci ha visti ospiti di Antonio Bonotto e la moglie Vittoria per un sorso di vita trevigiana. Anzi, per sei momenti che, grazie anche al racconto di Antonio sulla storia del binomio “Bonotto - Raboso”, ci hanno aiutato a capire l’importanza che questo vitigno e questo vino rivestono in tutto l’areale del Piave, e non solo. Il Giardino mistico dei Carmelitani Scalzi a Venezia, ad esempio, ospita un piccolo vigneto di Raboso Piave.

Le radici di questo vitigno affondano nei secoli: se pur nella chiesa di San Giorgio a San Polo di Piave (1400) è raffigurato un fiasco ed un bicchiere di vino rosso, è dal trattato dell’Agostinetti (1600) che il nome viene tracciato. E questo vino “rabioso” dall’importante spalla acida e trama tannica attraversa i mari con la Serenissima, diventando il “vin da viajo” per la capacità di resistere alle avversità.

A cavallo tra ‘800 e ‘900 la famiglia Bonotto è produttrice di vino sfuso, le prime bottiglie conoscono il mercato negli anni ’30. Storica, negli annali di AIS Veneto, la degustazione del 2004 con bottiglie di Raboso del 1937, di un periodo cioè in cui il Raboso rappresentava il 93% della produzione aziendale.

La visione culturale di Antonio è inizialmente improntata al recupero e alla valorizzazione di tutto quello che possa indicare e testimoniare la storia del territorio e della comunità del Piave. Esemplari sono il suo contributo e il suo sforzo per la riqualificazione di quel Borgo Malanotte che ha poi dato i natali alla DOCG simbolo del Raboso.

La svolta forse più modernista è tra il ’90 e il ’95, anni in cui prende forma l’idea del Potestà, un Raboso proiettato verso il futuro la cui etichetta vedrà la luce solo nel 1997. Questo Raboso diventa quindi non più solo una parte della visione di Antonio, ma piuttosto il fulcro della sua attività e passione.

Tornando alla serata, la scelta della mescita è stata fatta all’insegna del fascino: ogni commensale è stato servito di tutti i campioni, potendo avere a disposizione quindi, nello stesso momento, 6 assaggi che abbracciano 45 anni di storia (vedi sotto).

Dopo la degustazione la serata è proseguita recuperando le forze con l’ottimo spezzatino di Donna Vittoria, cui va tutto il nostro plauso. È bene sottolineare che il ricavato della serata è stato completamente devoluto in beneficienza, un motivo in più per ringraziare l’azienda Bonotto delle Tezze che ha condiviso con AIS Treviso la destinazione del ricavato, alla fondazione "Oltre il Labirinto", e l’eccezionalità dei vini proposti: sei espressioni diverse di un grandissimo vitigno, il raboso Piave, tradotto nel “Potestà”. Sei calici di storia da bere.

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La Verticale

ll 2015 è rubino con qualche riflesso granato, trasparente e luminoso. Ha un olfatto femminile, con spezie soffuse, brownies al whisky e fiori macerati. Risponde al sorso con impatto da tabacco biondo e un tannino che si fa sentire, ma senza picchiare. Di buona lunghezza e chiusura elegante, molti concordi sulla potenzialità futura.

Grande sorpresa ci è stata riservata dal 2010, quando le piogge di novembre avrebbero potuto avere un peso negativo per altri vini, ma non per il Potestà: color rubino “sangue di piccione”, ammaliante. Al naso rivela ciliegie sotto spirito, umami, cardamomo, pepe bianco, praline di cioccolato al cognac. Il sorso è pieno, con acidità diretta, secca e pulita, è davvero lungo e il piacere quasi carnale.

La fioritura anticipata del 2007 ha reso più lunga la vita dei grappoli in vigna, rendendo l’uva piuttosto ricca. Nel calice un granato di buona fittezza e bella tonalità, mentre i profumi, articolati, si sviluppano con il boero, poi prugna fiammata al cognac, pepe, caffè, cioccolato al peperoncino e garofano secco. Deterge il cavo orale con un frutto godibilissimo e una sferzata di freschezza e piccantezza. È secco, con un tannino decisamente piacevole e un impeccabile equilibrio.

Chi non ricorda l’estate 2003? In questo caso il Potestà ha lottato e mostra le ferite. È un granato leggermente velato e denso, con profumi di amarene stracotte, prugne al forno, funghi su arrosto, confettura di mirtilli, curry. In bocca l’acidità è sopraffatta dall’alcol, il sorso è estremamente largo e la scia finale ricorda note di chutney di pomodori e pere.

Il 1997 forse rappresenta il vero spartiacque tra il prima e il dopo: il colore è una perfetta pietra granato, luminosissimo. Singolari i sentori iniziali di un Porto Tawny, poi composta calda di mela renetta e cannella, fiori carnosi, pepe nero e, su tutto, una piacevole nota ematica. L’assaggio è senza spigoli, ogni cosa è al suo posto: pepe nero, freschezza, morbidezza e alcol molto bene integrato rendono il sorso lungo e da “paròn de casa”.

1974: che dire di un quarantacinquenne in cui il colore parla di evoluzione, questa sì, ma anche di grande capacità antocianica per rimanere in sella. L’olfatto è racchiuso in una sola parola: ampio. La presenza ossidativa è stemperata, odora di tabacco, funghi, cantina, castagne bollite, prugne secche, fieno, rosa secca, chiodi di garofano. In bocca l’attesa è scioccata dalla freschezza, più che da pseudocalore o dalla delicatissima trama tannica. La chiusura sa di carruba, lunga, che mette in second’ordine l’ossidazione fino a farla sparire.

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