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giovedì 9 gennaio 2020

VITIGNI AUTOCTONI DELLA CAMPANIA

Cento vitigni per un territorio che affonda le radici nei vulcani

Aldo Naddeo

Campania 100, una serata alla scoperta di una regione che urla forte al mondo la sua importanza enoica e non solo, con un bagaglio di storie ed esperienze da far invidia, raccontate da Nicoletta Gargiulo, presidente AIS Campania, Piero Gabriele, responsabile comunicazione regionale, e Tommaso Luongo, delegato AIS Napoli.
Campania 100, un progetto itinerante firmato da AIS Campania con il patrocinio della Regione Campania che punta a diffondere la conoscenza e valorizzazione dei vitigni autoctoni campani, iniziando da Verona il proprio tour.
Campania 100, come il numero di vitigni autoctoni campani riconosciuti - per la precisione centododici - che potrebbero essere quasi il triplo, se troppi non fossero andati persi nel corso degli anni.
La regione è un territorio prettamente vulcanico irrorato quasi completamente dal materiale piroclastico del Vesuvio e del vulcano Roccamonfina, oggi spento. Anche i Campi Flegrei hanno la loro importanza, ventidue crateri che, oltre a dare preoccupazione per la loro attività sismica, sono una vera fonte di ricchezza minerale del suolo. L’unica zona a non essere toccata da contaminazioni vulcaniche è il Cilento, caratterizzato da roccia calcarea e da pietra sedimentaria (flysch) che donano vini sempre più apprezzati e ricchi di carattere e creano un ambiente naturalistico pressoché unico, patrimonio dell’UNESCO.
La coltivazione dell’uva e la sua trasformazione in vino hanno una lunghissima storia in Campania. Ne è esempio sublime la Coppa di Nestore, celebre kotyle usato per bere vino durante i simposi, che rappresenta uno dei più antichi ritrovamenti risalenti alla Magna Grecia nell’isola d’Ischia. Sono altrettanto antiche le forme di coltivazione importate dal Mediterraneo, dalla vite ad alberello che si ritrova ancora in qualche angolo della Campania, alle alberate della falanghina e dell’asprinio che talora superano i venti metri di altezza e ne fanno un vero e proprio paesaggio rurale.
Quattro le DOCG di grande caratura: Aglianico del Taburno, Fiano di Avellino, Greco di Tufo e Taurasi, re del sud, con una futura apertura verso la quinta, Falanghina del Sannio che attualmente rientra ancora nelle quindici DOC regionali.

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In degustazione ben dieci rappresentazioni di questo territorio.

Ischia Biancolella DOC Vigna del Lume 2018, Cantine Mazzella
100% biancolella. Vino giovane dal bel naso con richiami di frutta esotica molto presente, ananas, mango. La nota floreale di fiori gialli è ben amalgamata con una bocca molto salina, come fosse un vero e proprio frutto del mare, di buona persistenza.

Aversa DOC Santa Patena 2016, I Borboni
100% asprinio. Frutto della tipica alberata aversana che dà un grappolo di buona acidità, la stessa che si ritrova nel vino con presenza di mela verde e frutta a polpa bianca dal lato olfattivo. Al palato le medesime caratteristiche con una spiccata sapidità e intensità. È un vino che racconta molto di sé e di come è fatto.

Falanghina del Sannio DOC Vigna Segreta 2016, Mustilli
100% falanghina. Giallo dorato e un aspetto più maturo. Il tipico sentore di biancospino e vaniglia con qualche accezione minerale lo fanno prevalere sulle note fruttate. In bocca, una buona freschezza e morbidezza lo rendono un vino equilibrato e piacevole.

Costa d’Amalfi DOC Fiorduva 2016, Marisa Cuomo
30% fenile, 30% ginestra, 40% ripoli. Le accese sfumature dorate ne fanno un piccolo capolavoro cromatico. La netta complessità è percepibile già a distanza con un’impattante profumo di albicocca che sfuma in aroma ancor più dolce di uva passa e miele. Il gusto è denso e molto avvolgente, la persistenza è decisa con un finale amarotico quasi ammaliante. Vino con un ottimo potenziale evolutivo ma già adesso risulta perfetto. Grandissimo prodotto.

Greco di Tufo DOCG Miniere 2016, Cantine dell’Angelo
100% greco. Giallo paglierino carico, di buona consistenza. Naso potente, piena nota di zolfo presa dall’apparato radicale che sovrasta una vecchia miniera da cui prende nome il vino. Bella la freschezza di beva e i continui richiami minerali mescolati ad un mix di agrumi e mandorle. Molto interessante.

Fiano di Avellino DOCG CampoRe 2009, Terredora Di Paolo
100% fiano. A prima vista dieci anni non li dimostra col suo bel giallo paglierino con ancora qualche riflesso verdolino in trasparenza. La vista inganna, ma il naso non mente: ottima complessità, minerale, lievi sentori di idrocarburi, buona eleganza complessiva. Bocca salina e retrogusto vanigliato, logica conseguenza del passaggio in barrique. Vino bianco da lungo invecchiamento.

Terre del Volturno IGT Sabbie di Sopra il Bosco 2017, Nanni Copé
85% pallagrello nero, 12% aglianico, 3% casavecchia. Rosso purpureo intenso. Emana eleganti note di frutta rossa intensa, di media maturazione, fiori rossi e giusta aromaticità. Bocca fresca, tannica, scalpitante. Vino giovane ma di fortissimo potenziale evolutivo. Da attendere e non deluderà.

Lacryma Christi DOC Gelsonero 2012, Villa Dora
30% aglianico, 70% piedirosso. Rosso granato da evidente evoluzione presagisce quello che potremmo aspettarci da questo prodotto vesuviano. Il naso è ricco e complesso, confettura di frutta rossa, ciliegia, prugna come sentori portanti del piedirosso. In bocca lo sposalizio con l’aglianico è ben riuscito garantendo una buona morbidezza con una certa struttura di base. Prodotto veramente ben riuscito.

Campania IGT Terra di Lavoro 2009, Galardi
80% aglianico, 20% piedirosso. Le tonalità mattonate prevalgono sulla cromia rubino di questo taglio campano per eccellenza. Qui la nota predominate dell’Aglianico lo rende al naso molto complesso soprattutto per le caratteristiche terziarie che lo contraddistinguono come cuoio, liquirizia, cacao. In bocca una certa balsamicità avvolge il palato insieme a richiami di caffè e tabacco continui. Vino preso in mano da Riccardo Cotarella che ha saputo guardare in una direzione un po’ più francese con l’introduzione di barrique di Allier per un’evoluzione tutta nuova e lungimirante.

Taurasi DOCG Riserva Radici 1998, Mastroberardino
100% aglianico. Doverosa la decantazione da parte dei sommelier per questo Taurasi di 21 anni. Il principe della Campania si lascia desiderare, vendemmia tra novembre e dicembre, lungo invecchiamento e il resto lo dice il calice. Le vene aranciate in questo complesso granato non possono che entusiasmare la vista al primo impatto con questo vino. Bella l’evoluzione al naso che parte da sentori di caffè e muschio e arriva alla spezia dolce e chiodi di garofano. Al palato è completamente avvolgente e mantiene una bellissima freschezza nonostante l’età; tannino molto elegante. Grande armonia complessiva, grande vino.

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