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lunedì 17 febbraio 2020

Bollicine che sanno di montagna

La delegazione di Venezia alla scoperta degli spumanti Trentodoc

Francesco Antonini

Sono atleti vigorosi, i vini della Trentodoc. Un po’ alla volta hanno preso possesso della Valle dell’Adige, a sud e a nord di Trento. Senza paura della fatica sono saliti fino alla Val di Cembra, a 900 metri di altitudine, dove si apre un magnifico panorama di borghi e vigneti.

«Un’altitudine impensabile fino a qualche anno fa», ha sottolineato la sommelier Marina Schmoll, che in pochi minuti di introduzione alla degustazione è stata così brava da esprimere tutto l’essenziale riguardo un territorio ricco di eccellenze e di sorprese. A partire dalla scelta coraggiosa del 1993: identificare l’intera doc con lo spumante metodo classico.

“Bollicine di montagna” allora non è soltanto uno slogan ben riuscito – necessario veicolo di marketing per una zona doc di soli 750 ettari, stretta tra i grandi numeri di Franciacorta e Prosecco – ma un modo di essere. Perché è proprio il clima di questo territorio il tratto decisivo degli spumanti che i sommelier della Delegazione Ais di Venezia hanno scoperto o ritrovato a Palazzo Roccabruna, sede dell’Enoteca provinciale del Trentino.

Montagna significa escursione termica, escursione termica significa acidità, freschezza. E la freschezza rende possibili permanenze sui lieviti sempre più lunghe, ben al di là dei paletti fissati dal disciplinare, senza che il prodotto perda in mineralità e dinamismo.

È questo il minimo comune denominatore dei cinque spumanti – per altri aspetti molto diversi - degustati a Trento, dall’Oro rosso della cantina di Cembra al “Moser 51,151” che celebra il record dell’ora di un campione indimenticabile. Dal Blanc de noir dell’Abate Nero al Brut Riserva 2010 di Rotari, fino al Rosè di Altemasi. 

In qualche modo qui sono tutti figli di Giulio Ferrari, che all’alba del Novecento fissò l’inizio di una grande storia d’amore. Fu sua l’intuizione dello spumante champenoise in questa terra di montagna, e sua la lungimiranza di non separare dal Trentino ciò che è trentino, rinunciando alle lusinghe di grandi marchi come Motta e Cinzano quando si trattò di scegliere l’erede che in famiglia non c’era, e la scelta cadde su Bruno Lunelli e i suoi figli. Oggi la Ferrari – che abbiamo visitato nella seconda parte della giornata trentina – è una gioiosa corazzata da 5 milioni e mezzo di bottiglie (più della metà del totale della doc) che lavora le uve e fa le “pagelle” a seicento conferitori. Abbiamo passeggiato nelle cantine infinite dell’azienda ascoltando curiosità e aneddoti prima di scoprire in degustazione i millesimati Perlè e Rosè 2013, lasciando da ultima la gemma del Perlè Nero 2011.

Ma Trentodoc è affascinante, complessa e certo non facile da gestire anche perché mette assieme l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo. Tra i suoi 58 produttori – la gran parte dei quali ha scelto di affidarsi alla promozione dell’Istituto omonimo, nato nel 2007 - ci sono aziende conosciute in tutto il mondo e microrealtà familiari che coltivano anche meno di due ettari di vigneto. Viticoltori appassionati come la famiglia Pedrotti, ultima tappa della visita, che a Nomi fa riposare le sue bottiglie in una grotta naturale, dove la temperatura costante di 13-14 gradi è ideale per la presa di spuma in bottiglia. In questa cattedrale dello spumante (definizione di Veronelli, anno di grazia 1982) e nella piccola e accogliente cantina, Chiara e Donatella Pedrotti ci hanno regalato il loro tempo e alcuni assaggi convincenti. Dapprima il classico Brut, poi il Brut nature e infine il millesimato 2014, irrobustito da un 10 per cento di pinot nero accanto al solito onnipresente chardonnay: anche questo è Trentodoc.

[foto di Bruno Bellato]

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