Carnet di viaggio
Dalla redazione
martedì 6 luglio 2021

Alla riscoperta di piccoli tesori

L’Ultima Cena nel Santuario dei Santi Vittore e Corona a Feltre

Sandra Bertelle


Una breve gita entro i confini della nostra regione può portarci a scoprire piccoli tesori, parte della nostra storia ed espressione della nostra identità.

Percorrendo la strada regionale 348, che collega Treviso a Feltre, a circa 3 km dal centro di quest’ultima cittadina, si scorge, arroccata sul monte Miesna, la Basilica Santuario dei Santi Vittore e Corona, patroni di Feltre. Vale la pena percorrere la strada che serpeggia fino al cortile antistante la basilica per ammirare l’ampia veduta sulle Prealpi Feltrine.

Il santuario, che dal 2002 si pregia del titolo di basilica minore, risale ai secoli XI-XII, e fu ampliato con la costruzione di un convento tra il XV ed il XVI secolo. Un interessante esempio di edificio sacro in stile romanico-bizantino, decorato all’interno da una ricca e ben conservata serie di affreschi di chiara ispirazione giottesca.

Le opere più antiche si trovano ai lati dell’altare: il Giudizio Universale, che ricorda quello della Cappella degli Scrovegni a Padova, la Madonna della Misericordia e l’Ultima Cena.

Mi vorrei però soffermare su un’altra Ultima Cena, situata su una parete laterale. Lo sguardo è attratto dal tavolo ricoperto da un candido manto, su cui spiccano i cibi e le bevande. Il banchetto è costituito da pane e gamberi di fiume. L’autore ha ritratto l’alimento che abbondava in queste terre e costituiva un pasto abituale. Le brocche sono colme di un liquido vermiglio, già in parte versato nei bicchieri.

Mi piace immaginare che il vino offerto agli invitati fosse quello ottenuto da vitigni che al tempo qui prosperavano: uve tipiche del Feltrino, ora a rischio di estinzione. Parliamo di pavana, trevisana nera, paialonga e turca. La pavana, di cui è chiara l’etimologia, è rintracciabile anche in Valsugana e nell’alto vicentino: si crede possa avere un’origine comune con la schiava. La trevisana nera, di provenienza incerta a dispetto del nome, si può trovare non senza fatica, solo nel Feltrino, qui diffusa prevalentemente per il consumo domestico.

Origine misteriosa anche per la paialonga, uva a bacca nera presente nella valle del Piave. La zona di Arsié sembra la sola dove sopravvive ancora la turca, qui introdotta, forse, dal Trentino.

Questi vitigni sono in via di recupero grazie ad alcuni giovani ed ammirevoli vignaioli. Ragazzi che hanno individuato antichi filari, spesso sopravvissuti in pochissimi esemplari, frammisti ad altre varietà di vigneti in via d’abbandono. Un tempo qui la viticoltura era diffusa. Il disastro della fillossera e la tragedia delle due guerre mondiali ne ridussero l’estensione. La migrazione verso i nascenti distretti industriali, a partire dal secondo dopo-guerra, comportò un sensibile distacco dall’agricoltura. Da una decina d’anni è rinato l’interesse per il territorio e la riscoperta delle tipicità che lo caratterizzano. Il ritorno alle tradizioni e la valorizzazione della propria terra passano anche attraverso la conservazione della biodiversità data dal patrimonio ampelografico locale.

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