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Dalla redazione
venerdì 21 gennaio 2022

Sognando Caterina

Appunti per un viaggio sentimentale nella terra del prosecco

Federica Spadotto


Mi riesce difficile da accettare che Treviso identifichi, ormai, per la maggior parte della gente,  soltanto la terra del prosecco.

Questa metonimia diventa fastidiosa perché oblitera, cancella, o nella migliore delle ipotesi deforma contenuti molto più ampi ed interessanti.

Nel caso del celeberrimo vino usato per l’altrettanto celeberrimo aperitivo - lo spritz, appunto- servito ad ogni latitudine del pianeta, il generale apprezzamento di pubblico ha snaturato non solo il suo territorio, ma il vino stesso.

Sull’onda del suo successo, schiere di wine lovers improvvisati giungono nella Marca soggiornando tra le vigne e, seduti al tavolo, assaporano le agognate bollicine seguendo un rituale adatto a bottiglie invecchiate trent’anni.

Ho visto con i miei occhi seriosi commensali far roteare il bicchiere a ritmi da lunapark, sollevarlo, riporlo, sollevarlo ancora e scrutare l’imperscrutabile, esclamando alla propria partner seduta di fronte:

 “Guarda, ha il fondo”,  con l’entusiasmo di chi riesumò la tomba di Tutankhamon!

A parte il sorriso che mi è scaturito in quell’occasione, ho pensato come il prosecco, suo malgrado, si sia trasformato da bevanda declamata da Plinio a icona di una convivialità nebulosa nei suoi contenuti, da molti fraintesi, da alcuni, senza dubbio, amplificati.

Eppure, quei campi, quei filari, il vitigno stesso avrebbero molto da raccontarci!

Quei dolci declivi collinari hanno ospitato, nei secoli passati, i nobili veneziani durante le vacanze estive nelle loro ville; hanno accolto i gentiluomini stranieri di passaggio durate il Grand Tour, che identificavano l’entroterra veneziano - l’odierno  land of Venice - come un angolo di paradiso da tramandare in dipinti o versi poetici.

Proprio ciò aveva fatto il poeta Pietro Bembo (Venezia, 1470-Roma, 1547) alla corte di Caterina Cornaro, regina di Cipro esiliata nel castello di Asolo, che ancora oggi guarda il paesaggio costellato di vigneti, conservando, pur profondamente rimodellato, la bellezza dell’idillio campestre.

Quante volte la “signora” avrà accarezzato con lo sguardo quel paesaggio, ripercorrendo con la memoria la sua vita passata, dal matrimonio alle turbolente vicende politiche, pur appannate grazie alla pace di un luogo in cui veniva naturale parlar d’amore, come ci narrano i versi degli Asolani, ovvero i dialoghi amorosi del citato Bembo ambientati propri tra le mura dell’omonima rocca.

A Caterina ed alla Marca intesa come parte della Serenissima, un’azienda vinicola di Montebelluna  -“Cima del Pomer”-  ha dedicato il suo prosecco, che si accompagna ad una linea di vini in cui il gioco intellettuale si fonde con la sperimentazione di cantina.

Lo scopo è trovare, o meglio ritrovare, un gusto che sia il più possibile identitario, accompagnato da etichette intriganti, talvolta difficili da capire per i non addetti ai lavori, ma che sollecitano la fantasia allo stesso modo del palato.

Così, tra le effigi di un cavalluccio marino ed una tartaruga che alludono ad antiche storie, giochi di parole o riferimenti eruditi, si arriva ai cavalli della Basilica, stilizzati e fieri sul fondo bianco dell’etichetta di Rosapuro, lo spumante che non ti aspetti:  vero e proprio emblema di una venezianità dai mille volti, che merita di essere assaporata insieme ai suoi vini.

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