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Dalla redazione
lunedì 6 giugno 2022

Il vino tra gioia, gaudio ed emozione

Intervista a Mario Conte, sindaco di Treviso, che racconta se stesso ed il suo territorio in occasione di Vinetia tasting

Federica Spadotto


Ogni esperienza degna di questo nome lascia un ricordo in chi l’ha vissuta, e Vinetia Tasting 2022 non fa eccezione.

Anzi! Nonostante un selvaggio anticipo d’estate, che registrava a metà maggio temperature intorno ai 30 gradi prima di mezzogiorno, Treviso si è comportata come un’elegante signora che sa mettere a suo agio i propri ospiti, intrattenuti da una squadra di accattivanti sommelier nei suoi spazi più suggestivi.

Tra i banchi, gli assaggi, le migliori bottiglie dei trecento produttori veneti giunti a condividere i frutti di un territorio straordinariamente variegato ed affascinante, spicca la figura di un inaspettato anfitrione, il sindaco Mario Conte.

Osservando il suo entusiasmo per un evento percepito come una sorta di celebrazione per la propria città, ci si rende conto cosa significhi essere un figlio devoto e disponibile a rendere a quella signora l’affetto che merita, com’è accaduto in questo caldissimo (non solo in senso letterale) week end di maggio.

 

Sindaco Conte, oggi Treviso ospita il vino inserendolo in un’ottica culturale assai ampia, che include visite guidate, approfondimenti artistici ed esperienze gastronomiche. Mi è sembrato particolarmente attento a sottolineare l’aggettivo culturale. Alludeva forse al carattere identitario di questa eccellenza del territorio?

Senza dubbio  ritengo di essere molto fortunato in tal senso, poiché la mia città declina il significato di cultura in maniera ancora più tangibile di altri grandi centri ricchissimi di monumenti celebri in tutto il mondo.

Treviso non vanta il ponte di Rialto, né l’Arena di Verona, bensì gemme architettoniche e pittoriche incastonate in un paesaggio che dona emozione ed è dominato dalle vigne.

Di qui il binomio vino-emozione appare scontato, non trova? Con un risultato di straordinaria socialità ed allegria, che ci giunge come una boccata d’aria fresca dopo due anni molto difficili.

 

Questa emozione cosa evoca a Mario Conte? Ci vuole raccontare un aneddoto personale che la lega al vino?

Ho molti ricordi perché sono nato e cresciuto in questa realtà legata alla coltura della vite, che in un certo senso ha plasmato il carattere dei trevigiani, oltre a connotare esperienze imprenditoriali importanti.

Più che a me stesso, questa esperienza mi fa pensare alle tante storie di fatica, di successo, di sconfitta e di rinascita che hanno vissuto quegli imprenditori e le loro famiglie: queste sono le vere emozioni.

 

Finora abbiamo parlato di vino, anche se la tradizione enogastronomica trevigiana non è da meno.

Se, come accennavo poco fa, Treviso non si caratterizza in virtù di monumenti emblematici che fungono da calamite per il turismo, per quanto riguarda l’aspetto che Lei cita possiede una vera e propria icona dell’aperitivo mondiale, ovvero il prosecco; cui si aggiunge l’altrettanto famoso tiramisù, argomento di ogni intervista.

Ne vado molto orgoglioso, in quanto sia il prosecco che il tiramisù rappresentano il volto del mio territorio e trasmettono l’anima del suo popolo.

 

Quindi li consiglierebbe ad un immaginario turista che, completamente ignaro della città, Le chiede di rappresentarla con le sue “perle”.

 

Certamente, anche se aggiungerei il radicchio.

 

Se, invece, dovesse scegliere un solo, sottolineo solo, monumento o luogo?

 

Questa è una domanda impossibile.

Partirei, d’obbligo, dalla piazza dei Signori, in cui si respira l’inconfondibile atmosfera della città.

Visto il particolare momento storico e l’occasione del nostro incontro, la mia mente va alla Fontana delle Tette, fatta erigere nel 1559 da Alvise da Ponte dopo un periodo di grande siccità che aveva stremato il territorio. Purtroppo ne rimangono solo i resti, ma una copia ora nel cortile di palazzo Zignoli rende bene lo spirito allegro e vagamente goliardico che sigilla la Marca, simboleggiata dalla procace fanciulla che dal Cinquecento sino alla caduta della Serenissima (1797) faceva sgorgare per tre giorni vino bianco e vino rosso dai rispettivi seni.

 

Mi piace considerarla una metafora figurativa della Marca Trevigiana, appunto, definita sin dal Medioevo gioiosa et amorosa…anche grazie al vino.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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