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Dalla redazione
martedì 14 settembre 2021

Il sapore della felicità

La potente magia dei ricordi rinasce attraverso l'esperienza sensoriale

Federica Spadotto


Desideriamo ciò che vediamo, diceva Hannibal Lecter ne “Il silenzio degli innocenti”…. e troviamo la felicità in ciò che evoca i nostri ricordi, verrebbe da aggiungere, come accadde a Marcel Proust assaporando una madeleine.

Il morbido biscotto inzuppato in una tazza di tè diviene, infatti, per lo scrittore, una capsula del tempo che lo riporta all’infanzia, pervadendo i sensi di di un piacere inebriante.

Non so cosa sia, ma sale, lentamente; avverto la resistenza e odo il rumore degli spazi percorsi…All’improvviso il ricordo è davanti a me. Il gusto era quello del pezzetto di madeleine che a Combray, la domenica mattina, quando andavo a darle il buongiorno, in camera sua, la zia Leonina mi offriva dopo averlo inzuppato di tè o di tiglio.

Quante volte ho assaporato il medesimo, sottile piacere gustando un piatto in un’osteria di paese, o entrando in una stanza con un particolare profumo, o ancora mentre degustavo un determinato vino.

Eventi fortuiti in grado di innescare un imprevedibile meccanismo della memoria mi riportano in luoghi e situazioni che credevo perdute, e che invece si affacciano al presente bussando alla porta del mio spirito, pronto ad accoglierle come un dono inaspettato.

La potenza dei ricordi è straordinaria: trasforma la realtà con un filtro che sa di magia e rende l’arrosto della propria madre la più prelibata pietanza della terra e lo spumante della festa per i nostri diciott’anni indimenticabile come il giorno in cui è stato stappato.

Perfino i brani musicali, i libri, le statue, i dipinti cambiano aspetto nella nostra memoria e spesso si fanno amare proprio perché vi ritroviamo un po’ di noi.

Questa sorta di empatia coinvolge, inevitabilmente, i loro autori, che condividono con il pubblico irrinunciabili frammenti del proprio Io, come accade in una tela dei fratelli Antoine, Louis e Mathieu Le Nain, intitolata Famiglia di contadini in un interno (1642 c.).

I grandi maestri di Laon hanno sempre incantato il loro pubblico con scene di osteria o accattivanti raffigurazioni di vita contadina, in cui ricreavano la loro fanciullezza trascorsa tra le vigne della Borgogna, dove il padre produceva pinot noir e pinot meunier.

Nell’opera cui alludevo poco sopra, tuttavia, emerge molto più di un ritratto dei villani secenteschi; attorno ad un tavolo apparecchiato sfilano, dinnanzi ai nostri occhi, i componenti di una numerosa famiglia in evidente condizione di povertà. Tutti guardano verso lo spettatore, dal padre, alla madre, ai fanciulli, con un’espressione che unisce lo sconforto allo sgomento di chi vive nell’incertezza di riuscire a mettere insieme il pranzo con la cena.

Due figure, in disparte, attendono al fuoco, su cui immaginiamo stia cuocendo l’umile pasto che i protagonisti, in silenzio, stanno aspettando tra padelle sparse per terra e contenitori di coccio: un piatto, un vaso, una brocca… un elegante bicchiere di vetro con del vino rosso rubino sulle mani di un’anziana vestita di cenci!

Elemento dissonante, senza dubbio, curioso, inappropriato, fuori luogo...assolutamente fuori luogo, se non fosse stato dipinto dai fratelli Le Nain di Laon, in Borgogna, figli di un vignaiuolo e creatori di ricordi che si fanno arte.

 

 

 

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