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Dalla redazione
lunedì 18 ottobre 2021

L’affascinante alchimia tra vino e pittura

Il viaggio ad immersione nel Settecento veneziano raccontato da Federica Spadotto nella cornice del caffè Pedrocchi strizza l’occhio ai vini dei colli Euganei


Maurizio Mazzucco

 

 

Cos’hanno in comune il vino e la pittura?

Se me l’avessero chiesto un anno fa trovare la risposta avrebbe rappresentato un’impresa… un’ardua impresa.

Forse perché credevo che per essere all’altezza di affrontare l’argomento bisognasse conoscere in modo approfondito la materia, masticare concetti tecnici, o almeno possedere le nozioni basilari, come molti sostengono quando parlo di vino.

Ascoltare Federica Spadotto che presentava il suo libro d’arte dall’intrigante titolo di “Inedito veneziano” mi ha fatto cambiare idea.

Seduto nella grande sala Rossini del caffè Pedrocchi insieme ad appassionati, collezionisti e colleghi sommelier - Giuseppe Conte e Francesco Mancini, oltre al delegato di Ais Padova Alberto Romanato-  mi sentivo immerso in un’atmosfera molto piacevole, che ha il sapore della condivisione, inaugurata dall’avvincente apertura dell’assessore Andrea Colasio.

Il volume affronta la pittura veneziana dal punto di vista dei fruitori, ovvero le persone che acquistavano i quadri per appenderli alle pareti della propria dimora, sia a Venezia, sia all’estero. A guidare le loro scelte era il gusto ed il piacere del soggetto, proprio come accade quando acquistiamo un pezzo d’arredamento, pur con dinamiche storiche e sociali molto diverso dal XXI secolo.

In quell’occasione ho scoperto che i nobili settecenteschi consideravano la Riviera del Brenta come noi le Maldive e, non potendo scattare fotografie delle vacanze, facevano riprodurre i loro “luoghi del cuore” sulle tela. Mi fa sorridere pensare che le vedute di Canaletto e Francesco Guardi fossero considerate dei souvenir amati dagli stranieri, mentre i cittadini veneziani contemplavano paesaggi o capricci, dove ricordavano l’estate trascorsa in campagna trasfigurandola nella fantasia con i colori

Veder scorrere le immagini, accompagnate da una disamina appassionata e trasversale con incursioni nella storia, nella società, nelle pieghe dell’animo mi ha fatto tornare alla memoria tanti ricordi.

Su tutti spiccava la mia esperienza giovanile a Londra, dove facevo pratica in un famoso ristorante frequentato da magnati internazionali. La cantina doveva essere formidabile, visti i prezzi inauditi delle bottiglie, pensavo.

A quel tempo ero del tutto ignorante in materia di vino, eppure nella mia memoria rimane indelebile l’assaggio di un rosso intenso avanzato da una di quelle bottiglie e spartito tra i colleghi della cucina…un piccolo sorso che ha segnato la mia vita, riemergendo in quella sala, tra le immagini dei dipinti veneziani settecenteschi, tra paesaggi, capricci, vedute in grado di ipnotizzare qualsiasi spettatore, proprio come scrive Federica parlando di Venezia.

Nel suo libro  definisce la città sospesa sull’acqua “custode d’incantesimi” , al pari della maga Circe, “in grado di sedurre chiunque vi approdi, trattenendo una parte della sua anima per sempre”.

“Venezia non si può dimenticare, né comprendere fino in fondo”, prosegue…..esattamente come quel sorso di vino rosso che mi ha aperto la strada al futuro, regalandomi esperienze ed emozioni straordinarie.

L’autrice, ben consapevole delle affinità emozionali tra il mondo dell’enologia e quello dell’arte, ha suggellato la loro intesa con l’intervento di Marco Aldegheri, presidente di AIS Veneto, che ha introdotto una degustazione dei vini legati ai colli euganei, serviti dal sommelier Gianluca Gasparotto nel generale entusiasmo dei partecipanti: inedito come i dipinti presentati, come la prospettiva da cui guardare Venezia, come la meraviglia di affrontare un viaggio fino “alla fine dell’arcobaleno”.

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