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Dalla redazione
venerdì 21 dicembre

Figli di un Dio minore

Gianni Degl'innocenti

Tema curioso e insolito, quello della serata, in cui si è deciso di dare voce a quelle realtà del panorama vinicolo piemontese che vivono, in termini di notorietà, all'ombra delle due indiscusse star internazionali come nebbiolo e barbera. Per la maggior parte vitigni che hanno visto l'alternarsi di periodi di grande rinomanza ad altri di abbandono e quasi estinzione dovuta a fattori storico-sociali vissuti dai contadini piemontesi negli ultimi cinque secoli di storia. Blocchi doganali, concorrenza dei vini del sud, abbandono delle campagne e soprattutto i più devastanti come epidemie di oidio e filossera hanno obbligato i coltivatori a fare delle scelte dettate unicamente dal tentativo di sopravvivere, abbandonando i vitigni più delicati e di minor produzione a dispetto del loro potenziale qualitativo.

Una serata incentrata su una selezione di otto testimonianze in una carrellata che potrebbe accompagnare una ipotetica e tradizionale cena piemontese: dagli spumanti metodo classico, attraverso vini bianchi e rossi fino al passito. Si parte con un metodo classico di erbaluce del Canavese della cantina Cieck, in una coraggiosa versione "nature" in modo da esaltare, senza compromessi, le caratteristiche di freschezza e complessa mineralità concesse dal vitigno e dal territorio morenico. Notevole è la differenza percepita col secondo spumante, un'Alta Langa di Ettore Germano, a base soprattutto di pinot nero, in cui troneggiano struttura e un perfetto e ideale equilibrio, a conferma di una fama del produttore che, oltre ad essere un rinomato barolista, si è saputo guadagnare per le vinificazioni in bianco. Per il terzo ed ultimo spumante non ci si poteva scordare del cortese di Gavi e della sua splendida attitudine alla spumantizzazione. Ricca, profonda, complessa e in stile francese la versione del Soldati d'Antan della Scolca, storica cantina legata a Mario Soldati, che propone un metodo classico con addirittura 10 anni di affinamento sui lieviti a porsi come istigatore e antesignano della recente modifica al disciplinare del Gavi con l'introduzione degli spumanti riserva.

Unico vino a difendere la bandiera dei bianchi del Piemonte il timorasso Costa del Vento di Walter Massa, cosa che riesce a fare tra l'altro egregiamente. È proprio da questo vigneto che Walter ha distribuito le barbatelle a tutti coloro che hanno creduto in questo vitigno che oggi produce uno tra i migliori vini bianchi dello stivale. Complesso, di grande struttura e di esoticità quasi opulenta ma ben bilanciata dalla componente citrica e minerale, il Costa del Vento ricorda, come afferma lo stesso Walter (praticamente il padre del redivivo timorasso), quello tra i suoi tre cru, che strizza decisamente l'occhio ai grandi  bianchi di Borgogna.

Quindi è la volta di un trittico di vini rossi che rappresenta il bere quotidiano dei piemontesi: il Dolcetto, la Freisa ed il Grignolino. Come Dolcetto è stato scelto il Dogliani dell'area di San Luigi che con la sua componente di calcare e di formazioni di Lequio dona al Dolcetto Briccolero di Quinto Chionetti, che Veronelli annoverava come uno dei migliori vignaioli italiani, un carattere deciso e corposo con tannini evidenti ma precisi e grande potenziale evolutivo. Per la Freisa, vino che tradizionalmente è spesso declinato in diverse versioni frizzanti o ferme, secche o amabili per stemperare il carattere selvaggio dovuto alla sua grande freschezza e tannicità, non si poteva che scegliere una versione in prossimità dell'area torinese, l'Arvelè della Cascina Gigli. Un vino che ha mostrato una personalità fruttata e carnosa con interessanti prospettive di invecchiamento. Terzo rosso il Grignolino Bricco del bosco vecchie viti,  interpretato da Accornero nel modo in cui si faceva un tempo il grignolino, ovvero quando nell'800 contendeva al nebbiolo il prestigio di miglior rosso del Piemonte e figurava nei menù di casa reale. Macerazioni e maturazioni degne di un Barolo ed eleganza e la raffinata bevibilità di un Barbaresco, sottolineando il suo carattere speziato, impronta peculiare del vitigno.

Conclude la serata il passito. In verità il Moscato in Piemonte non sarebbe propriamente il figlio di un Dio Minore, ma nella versione passita di uno Strevi acquisisce il titolo di preziosa rarità. La nota muschiata che solitamente si erge come solista dal registro orchestrale dei profumi rendendo inconfondibile il moscato qui viene quasi sommersa dal "crescendo" della complessità aromatica prodotta dal paziente appassimento. Ampiezza di note che ritroviamo nell'espressiva densità dell'assaggio, che la dinamica freschezza rende garbatamente scorrevole e pulita nell'interminabile finale.     

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